15 May 2019 NOTIZIESTUDI

Un nuovo studio, presente su PUBMED e pubblicato a Marzo su Alternative Therapies in health and medicine, correla un risultato positivo del test ALCAT® agli zuccheri fruttosio, canna da zucchero barbabietola da zucchero, alla mutazione del gene TCF7L2, legata all’insulino-resistenza e alla predisposizione al diabete di tipo II.

La resistenza all’insulina (RI) è definita come l’incapacità di una quantità nota di insulina esogena o endogena di aumentare l’assorbimento e l’utilizzo del glucosio. Diversi meccanismi sono stati proposti come possibili cause alla base dello sviluppo della RI e della sindrome RI. La resistenza insulinica fa parte di un gruppo di anomalie metabolico-cardiovascolari comunemente note come “Sindrome metabolica”. Essa può portare allo sviluppo di diabete di tipo 2, aterosclerosi, ipertensione, dismenorrea, irsutismo e sindrome dell’ovaio policistico, a seconda del background genetico del singolo individuo. Lo scopo di questo studio è stato quello di valutare, in 123 donne e 35 maschi (età media, 42 y ± 10.3, range 19-75 y) volontari se la resistenza insulinica potesse essere in parte correlata ad un’intolleranza allo zucchero nella dieta e se ci potesse essere una correlazione tra il test di intolleranza ALCAT e una mutazione del gene TCF7TL2 . Tale gene promuove infatti la trascrizione del proglucagone e svolge un ruolo chiave nello sviluppo delle isole di Langherans. I risultati hanno evidenziato, in maniera statisticamente significativa, che i soggetti con intolleranza allo zucchero presentano anche un’alterazione (completa o parziale)  del gene TCF7TL2. Sulla base di questi risultati, il nostro studio ha dimostrato che esiste una correlazione clinica tra il test di intolleranza alimentare ALCAT e la resistenza insulinca. La positività al test ALCAT di uno degli zuccheri testati (fruttosio, canna da zucchero e barbabietola da zucchero) indica, nella maggior parte dei soggetti, la presenza di una mutazione del gene TCF7L2 e potrebbe contribuire alla prevenzione e al trattamento della RI.

Leggi l’articolo originale su Pub Med

Altern Ther Health Med. 2019 Mar;25(2):22-38.

Pompei PGrappasonni IScuri SPetrelli FTraini ESorrentino SDi Fede G.


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15 February 2016 NOTIZIESTUDI

stomaco ciboLo stomaco è un organo fondamentale del nostro corpo, la cui funzione principale consiste nel ridurre in minuscoli pezzetti il cibo: tutto quello che viene mangiato in un pasto viene accolto nella cavità dello stomaco e subisce un processo di frammentazione dovuto alla contrazione dei muscoli presenti nelle pareti che, circa 3 volte al minuto, lanciano i frammenti di cibo da una parte all’altra della cavità gastrica, favorendo lo spezzettamento meccanico degli alimenti e il lavoro degli enzimi digestivi. Alla fine del processo si ottengono frammenti di cibo di grandezza variabile tra 1 e 3 millimetri, dimensione sufficiente per il passaggio attraverso il piloro verso l’intestino tenue. Bisogna tuttavia ricordare che non tutto il nutrimento che arriva nello stomaco viene trattato in maniera uguale: per sua forma, infatti, lo stomaco assomiglia ad una piccola borsa sbilenca che presenta un lato più corto, una strada quindi più veloce per giungere all’intestino tenue. Questa scorciatoia viene solitamente presa dai liquidi: è questo il motivo per il quale si è soliti consumare brodini e minestrine “per stare leggeri” ed è difficile che l’acqua “rimanga sullo stomaco” come invece accade con gli alimenti solidi. Oltre al cibo liquido il nostro stomaco gradisce maggiormente il cibo di piccolo volume. Infatti, più i frammenti sono piccoli, meno fatica farà il nostro stomaco per ridurli in poltiglia. A tal proposito fondamentale importanza riveste la masticazione, considerata non a caso il primo passaggio della digestione. Anche riscaldare il cibo aiuta la nostra digestione, dal momento che il calore favorisce la rottura dei legami che tengono unite le molecole negli alimenti, aiutando quindi il lavoro degli enzimi digestivi. Il tempo in cui il cibo ingerito resta all’interno della cavità gastrica viene definito “digestione gastrica” e varia da alimento ad alimento: ad esempio i cereali in chicchi, se cotti, permangono nella cavità gastrica per poco meno di un’ora, la pasta per 3 ore, le proteine per un periodo di tempo ancora maggiore. Sfruttando la digestione gastrica è quindi possibile prolungare il senso di sazietà, se si consuma una piccola quota proteica ad ogni pasto. Un’eccessiva permanenza del cibo nella cavità gastrica, tuttavia, favorisce la nascita di fastidiosi disturbi come i rigurgiti di acido cloridrico dallo stomaco all’esofago, bruciori gastrici, eruttazione, nausea, dolori, crampi addominali, etc. Per evitare di incorrere in tali problematiche è doveroso adottare un corretto comportamento alimentare ed evitare i cibi che predispongono all’insorgenza di tali sintomatologie: tra i comportamenti alimentari corretti vi è ad esempio quello di mangiare lentamente, masticando il più a lungo possibile, evitare di guardare il computer o la televisione durante i pasti e concentrarsi su quanto si ha nel piatto. Per quanto riguarda le scelte alimentari, poi, bisognerebbe cercare di fare attenzione agli alimenti particolarmente acidi come le bevande alcoliche, i dolci, il latte e i suoi derivati, i cibi in scatola, i sottaceti, i sughi pronti, i dadi da brodo, le spezie piccanti, il cioccolato, la menta, i dolcificanti sintetici e le bevande gassate.
Anche un’alimentazione squilibrata o pro-infiammatoria contribuisce a peggiorare la sintomatologia gastrica. Per capire se il cibo che ingeriamo crea infiammazione, un aiuto ci viene dato dall’America attraverso il test per intolleranze ALCAT, approvato dalla Food and Drug Administration (FDA), che permette di segnalare le reazioni che alcuni alimenti, additivi chimici o additivi alimentari hanno sul nostro organismo
Il test è in grado di evidenziare anche una categoria di alimenti particolarmente importante nelle problematiche legate all’acidità di stomaco e al reflusso: i salicilati. Questi alimenti contengono acido salicilico, sostanza che può irritare la mucosa gastrica e alla quale molte persone risultano addirittura allergiche. Tra gli alimenti con più alta concentrazione di acido salicilico abbiamo ad esempio broccoli, cetrioli, cicoria, indivia verde, melanzane, patate dolci, peperoni, radicchio verde, ravanelli, spinaci, zucca e zucchine; tra i frutti, invece, troviamo albicocche, ananas, arachidi, arance, datteri, lamponi, mandorle, ribes neri, ribes rossi e uva passa. L’indicazione su tali alimenti, per chi soffre frequentemente di problemi di stomaco non legati a patologie, è quella di cercare di non consumarne più di un tipo di verdura o di frutta al giorno e mai nello stesso pasto.


Articolo di Davide Iozzi, Biologo nutrizionista, esperto in nutrizione umana, collaboratore dell’Istituto di Medicina Genetica Preventiva (I.M.Ge.P.) di Milano.


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